venerdì 16 settembre 2016

Belinda Lee




Belinda Lee (Budleigh Salterton15 giugno 1935 – San Bernardino12 marzo 1961) è stata  un'attrice britannica.

 I genitori, dopo il divorzio, l’avevano rinchiusa, appena bambina, in un collegio privandola dell’amore che ha sempre cercato negli altri. Da lì, tutto d’un fiato: a sedici anni comincia a studiare danza e recitazione, a diciotto debutta nel mondo del cinema, a venti recita ne I perversi con Stewart Granger e Jean Simmons. Nel 1954 Belinda :fisico statuario e sguardo ammaliante è sotto contratto per la Rank, la più importante casa cinematografica britannica. Nel 1955 sfila sui red carpet di Cannes e Venezia come una diva consumata. Quando nell’estate del 1957 conosce il principe Orsini, Belinda – approdata in Italia per le riprese del film La venere di Cheronea – è ancora la signora Lucas, moglie del fotografo inglese Cornel. Lo rimarrà ancora per poco. La corte del principe è serrata. Troppo per  Belinda, sempre in debito d’amore. E’ l’inizio di un’appassionata relazione con l’aristocratico.Le cui conseguenze per Belinda Lee sono la fine del contratto con la Rank e del matrimonio con Lucas, mentre il principe Orsini, lascia l'incarico diprincipe assistente del Papa al soglio pontificio.

Dopo aver divorziato nel 1959 da Lucas, si stabilisce in Italia, un cambiamento che non si riflette immediatamente sulla sua carriera, perché anche qui viene utilizzata principalmente per ricoprire ruoli di sensuale bellezza in film di genere, per quanto più vari e impegnativi di quelli fin qui affrontati in patria.

 A pochi mesi dal loro incontro Belinda decide di mettere la parola fine a quell’amore. E alla vita: il 28 gennaio 1958, con un gesto estremo, l'attrice ingurgita una dose massiccia di barbiturici.

 Solo il pronto intervento dei sanitari riuscirà a scongiurarle la morte. Sì, perché l’uomo che l’aveva fatta innamorare, aristocratico di alto lignaggio, assistente al soglio pontificio e uomo di indubbio fascino, è anche marito e padre di due figli, ‘condizione’ a cui  data l’etichetta non può o non riesce a rinunciare. Un amore impossibile, insomma, che un po’ alla volta ha inquinato l’anima dell’attrice fino alla messa in atto di quell’epilogo disperato. Gli intensi primi piani di Belinda ne La lunga notte del 43 di Florestano Vancini  film a cui lavora nei mesi successivi al tentato suicido dissimulano il volto stanco di una donna profondamente depressa. Paziente, scrupolosa, professionale sul set così la ricordano gli uomini della troupe  ma lacerata nell’animo. Senza più voglia di vivere. 

Poi l’incontro con Gualtiero, la nascita del loro amore. E subito le avvisaglie del rinnovamento. La Belinda triste e inquieta improvvisamente diventa una donna allegra e chiassosa.L'attrice – pazza d’amore – aveva detto: «Gualtiero è un dittatore, e su certi temi non ammette repliche. Anzi, è un dittatore su tutti i temi, e in tutte le circostanze. Faccio tutto ciò che vuole lui. Ma io sono felice così. Avevo bisogno di un tipo come lui. Non sono niente senza di lui. Niente». Con lui Belinda si trasforma anche nel fisico. L’immagine effimera della vamp patinata e dagli abiti succinti  come per anni l’avevano immortalata i rotocalchi  era svanita lasciando al suo posto le fattezze di una bella ragazza, sobriamente vestita e dall’aria semplice. A poche settimane dal loro incontro, Belinda e Gualtiero vivono appartati nella casa del giornalista. Separati dal mondo. Le poche frequentazioni si limitano a qualche attore, gli uomini del cinegiornale e gente comune. Ma è alla famiglia del giornalista Carlo Gregoretti redattore de L’Espresso e amico di Gualtiero  che Belinda guarda  come ha raccontato una volta  con «meraviglia» e «invidia». Quando Gualtiero è a Roma, Belinda ama frequentare quella famiglia numerosa, con i loro cinque figli, così lontana dalla mondanità e il pettegolezzo. E già si ritrova a sognare quel matrimonio in Messico dove la coppia avrebbe voluto sposarsi  e il bambino che verrà. Belinda aveva finalmente capito  ricorda Mino Guerrini, giornalista e amico dell’attrice «che ci si può sposare, mettere su casa avere bambini, abbandonare il cinema e dedicarsi a stirare camicie e rammendare calzini. E tutto questo le appariva meraviglioso perché ormai apparteneva al suo futuro». Altrimenti è lei a inseguirlo: «Quando Belinda lo incontrò, Jacopetti stava preparando due film per la Cineirz, La donna nel mondo e Mondo cane . E’ difficile dire tutto quello che Belinda ha fatto per lui, per non lasciarlo, per stargli vicino  continua il giornalista.Tanto per cominciare ha rifiutato di firmare dei contratti che il successo della Lunga notte del 43 faceva affluire abbondanti e vantaggiosi di fronte a lei. S’aggregò invece alla piccola ‘troupe’ di Jacopetti, senza alcun compenso, assumendosi delle mansioni che andavano dalla segretaria di produzione alla donna tutto fare. Cominciarono a lavorare in un paese sperduto della Calabria, in condizioni di scomodità tale, che qualsiasi altra donna si sarebbe arresa. Belinda invece, sempre col sorriso sulle labbra, non aveva una parola di rammarico. Un’altra volta andarono in un paese della Sardegna, fra Sassari e Orgosolo, a riprendere i lamenti delle ‘piagnone’  Jacopetti, assieme all’operatore e all’organizzatore, lavorò dalla mattina alla sera, poi si buttava sul letto e s’addormentava pesantemente. Per quattro giorni e quattro notti, praticamente, mai nessuno rivolse la parola a Belinda: ma la ragazza mostrava di non sentire l’usura di una simile situazione. Era felice» .
Quando nel dicembre del 1960, Jacopetti viene arrestato con l’accusa di molestie ai danni di due minorenni, Belinda trascorre quaranta giorni nella capitale cinese. Alloggia in una camera d’albergo, Il Repulse Bay, dalla cui finestra può vedere la prigione in cui è recluso il compagno. Nei pochi minuti che le stringenti regole del carcere consentono, corre a consolarlo. Per ragioni di segretezza  l’entourage dell’attrice teme ripercussioni negative , Belinda trascorre il resto della giornata rinchiusa in camera dove due volte al giorno le servono i pasti caldi. Uscito di prigione, lui aveva ripreso a girare il mondo. E anche in quell’occasione, lei sempre più distante dal mondo del cinema 

lo aveva seguito: Thaiti, Roma, Honolulu e, infine, Los Angeles. Quel giorno viaggiavano a bordo della Ford 1959 con Paolo Cavara e l’italo-americano Nino Falenga alla guida dell’auto. In tasca due biglietti d’aereo per l’Italia. L’indomani la coppia avrebbe fatto ritorno a Roma.

 Proprio in quel momento ho sentito un rumore fortissimo, una specie di esplosione secca a cui ha fatto seguito il fischio lacerante dei copertoni che strisciavano sull’asfalto: poi ho visto l’auto sbandare sulla sinistra, tornare a destra, fare un testa-coda completo e quindi uscire di strada sulla sinistra e capovolgersi nel prato. Uno spettacolo da mozzare il fiato. Ma il peggio è stato quando ho visto che una portiera si spalancava e che una donna veniva proiettata fuori dalla vettura come sospinta dalla mano di un gigante. Il corpo ha strisciato sulla strada per una ventina di metri, poi è rimasto immobile, bocconi, di traverso, nel fossato laterale». Così James Randolph, ispettore di una grande società americana di elettrodomestici, racconta a un noto settimanale italiano gli ultimi drammatici istanti della vita di

Belinda Lee.

E’ la mattina del 12 marzo del 1961, un giovedì come tanti per il signor Randolph. Giorno di visita clienti, come sempre, da sempre. Quella mattina – ricorda Randolph – «percorrevo la strada tra San Bernardino e Baker, quando un’automobile mi ha sorpassato filando ad una velocità che ritengo non fosse inferiore ai centosessanta chilometri orari». C’è solo il tempo per un pensiero («se lo pesca la polizia stradale, quello finisce in guardina!»), quando improvvisamente l’uomo sente un botto violentissimo, come l’esplosione di un proiettile; la macchina che gli è appena sfrecciata accanto, una Ford 1959, perde aderenza, inizia a sbandare pericolosamente, una, due, tre volte, fa un testacoda fino a ruzzolare giù nel burrone con le ruote all’aria non prima di aver sputato fuori dalle lamiere un corpo femminile. «Quando sono stato vicino alla donna, ho cercato di sollevarle la testa: certo capivo che doveva essere giovane e bella  ero indeciso, non sapevo se voltarla sulla schiena o che altro fare». James non dovrà fare nulla, non ne avrà il tempo.Giunto all’ospedale in cui la donna è stata trasportata, il Barstow Community Hospital, non gli resterà che leggere il  referto redatto dai sanitari: «DOA – Dead on arrival» («morta all’arrivo in ospedale»).

La notizia fa immediatamente il giro del mondo fino a raggiungere, nella notte tra il 13 e 14 marzo, le gelide piazze romane: Belinda Lee, una delle attrici più belle del mondo,muore il 13 marzo 1961 inseguendo il suo  amore, il giornalista italiano

Gualtiero Jacopetti da cui aspettava un figlio.

Sarà seppellita il 21 marzo 1961 all’Hollywood Memorial, non distante dagli studi della Paramount, a Los Angeles. Alle esequie, pochi i presenti: alcuni amici di famiglia, Rossano Brazzi e la moglie Lydia, Franco Prosperi e l’attrice Lorella De Luca. Una quindicina di persone in tutto. Gli occhi rivolti alla bara bianca ricoperta da cento rose rosse e un nastro verde che cinge il feretro quasi a proteggerlo con su scritto quell’unica parola: Gualtiero.

Jacopetti le dedicherà il film La donna nel mondo del 1963: «che in questo lungo viaggio ci accompagnò e ci aiutò con amore.»


FILMOGRAFIA